Il titolo originale di questa piccolo monologo a tre
voci è “Os três mal-amados” (1943), letteralmente i tre malamati, ma tradotto col titolo Mal d’amore. João Cabral de Melo Neto (1920-1999) lo ha
scritto ispirandosi ad una poesia de Carlos Drummond De Andrade (1902-1987), il
cui titolo è Quadrilha (1930) in
italiano Quadriglia, i gruppi di
quattro persone che eseguono balli popolari, mutando costantemente il partner
attraverso uno scambio di posizioni .
A
seguire un piccolo estratto di Quadrilha per
poter entrare nello spirito di Mal
d’amore.
João
amava Teresa che amava Raimundo
che amava Maria che amava Joaquim
che amavva Lili…
che amava Maria che amava Joaquim
che amavva Lili…
Mal
d’amore
João: Guardo Teresa. È seduta qui
accanto a me, a pochi centimetri. A pochi centimetri, molti chilometri. Perché
questa sensazione che mi servirebbero chilometri per misurare la distanza, la
lontananza in cui la vedo in questo momento?
Raimundo: Maria era la spiaggia
dove andavo alcune mattine. I miei gesti inevitabili, compiuti all'aria aperta, così aperta che era lei stessa a definirne i confini. I miei gesti
semplificati innanzi a estensioni i cui segreti erano aboliti da una luce
diffusa.
Joaquim: L’amore ha divorato il
mio nome, la mia identità, la mia foto. L’amore ha divorato la mia carta
d’identità, la mia genealogia, il mio indirizzo. L’amore ha divorato i miei
biglietti da visita. L’amore è arrivato e ha divorato tutti fogli su cui avevo
scritto il mio nome.
João: Guardo Teresa come se guardassi
il ritratto di un’antenata vissuta in un altro secolo. O come se guardassi un
volto in un altro continente, attraverso un telescopio. La vedo come se fosse
ricoperta da una polvere leggerissima o da un’aria azzurrognola che avvolge le
persone distanti da noi molti anni o molte leghe.
Raimundo: Maria è sempre stata una
spiaggia, il posto dove mi sento esatto e nitido come una pietra – un
dettaglio, una fuga, un eccesso subito evaporati. Maria era il mare di questa
spiaggia, senza mistero, né profondità. Elementare, come le cose che possono
mutare in vapore o polvere.
Joaquim: l’amore ha divorato i
miei vestiti, i fazzoletti al taschino, le mie camicie. L’amore ha divorato
metri e metri di cravatte. L’amore ha divorato la taglia dei miei vestiti, il
numero delle mie scarpe, la circonferenza dei miei cappelli. L’amore ha
divorato la mia altezza, il mio peso, il colore dei miei occhi e i miei
capelli.
João: Posso dire che questa ragazza
accanto a me è la stessa Teresa che per tutto il giorno, per effetto del gas
dei sogni, ho sentito attaccata a me?
Raimundo: Maria era anche una fontana.
Il liquido che sarebbe cominciato a zampillare in un momento che riuscivo a
prevedere, in un punto che avrei potuto esaminare, in circostanze che avrei
potuto controllare. Aspiravo ad accompagnare con gli occhi la crescita di un
arbusto, il sorgere di uno zampillo di acqua.
Joaquim: L’amore ha divorato le
mie medicine, le mie ricette mediche, le mie diete. Ha divorato le mie
aspirine, il mio elettrocardiogramma, le mie radiografie. Ha divorato il mio
elettroencefalogramma, gli esami delle mie urine.
João: Questa è la stessa Teresa che
la scorsa notte ho conosciuto in tutta la sua intimità? Posso dire di averla
vista, di averle parlato, posso dire di averla avuta in tutta la sua intimità? Quale
intimità più grande, se non quella del sogno? Quel sogno che porto ancora
dentro di me come se avessi un oggetto pesante in tasca.
Raimundo: Maria non era un corpo
indefinito, impreciso. Ne conoscevo tutti i dettagli. Avrei potuto ricostruirlo
ogni volta che lo volevo. La sua bocca, il suo sorriso irregolare. Non mi
sarebbe stato difficile riordinare tutti questi dettagli, ricomporla come in un
gioco di costruzioni o una scheda di anatomia.
Joaquim: L’amore ha divorato tutti
i miei libri di poesia sullo scaffale. Ha divorato i miei libri di prosa, le
citazioni in versi. Ha divorato nel dizionario le parole che avrebbero potuto
unirsi in versi.
João: Mi sembra di sentire ancora il
mare del sogno che ha inondato la mia stanza. Sento ancora l’onda arrivare al
mio letto. Mi ritorna ancora lo spavento di svegliarmi tra mobili e pareti che
non capivo come potessero essere rimasti asciutti. E senza nessun segnale di
quell’acqua che il sole aveva asciugato, ma al cui contatto ancora mi sento
infreddolito e mezzo umido (adesso penso che sarebbe più giusto, del mare del
sogno, dire che il sole lo ha messo in fuga, perché i sogni sono come gli
uccelli non solo perché crescono e vivono nell’aria).
Raimundo: Maria era anche, in certi
pomeriggi, un campo ricoperto di cemento che attraversavo per arrivare da
qualche parte. Solo sulla terra e sotto un sole che mi avrebbe fatto evaporare
da qualsiasi nuvola.
Joaquim: Vorace, l’amore ha
divorato gli utensili che usavo: pettine, rasoio, spazzole, forbici, coltellino
svizzero. Con ancora più voracia, l’amore ha divorato l’uso dei miei utensili:
le mie docce fredde, l’opera cantata in bagno, lo scaldabagno dell’acqua ormai in disuso, ma che ancora sembrava la caldaia di una fabbrica.
João: Teresa è qui, a portata di
mano, del mio parlare. Perché, intanto, mi sento senza nessun diritto fuori da
quel mare? Ignorante di gesti, di parole?
Raimundo: Maria era anche un
albero. Uno di quegli organismi solidi e pratici attaccati alla terra con le radici
che la esplorano e ne invadono i segreti. E allo stesso tempo lanciati verso il
cielo, con cui scambia i suoi gas, i suoi uccelli, i suoi movimenti.
Joaquim: l’amore ha divorato la
frutta sul tavolo. Ha bevuto l’acqua dai bicchieri e dalle brocche. Ha divorato
il pane, nascosto di proposito. Ha bevuto le lacrime degli occhi che, nessuno
lo sapeva, erano gonfi d’acqua.
João: Il sogno ritorna, mi coinvolge
di nuovo. L’onda torna a sbattere contro la sedia, minaccia di arrivare al
tavolo. Penso che, in mezzo a tutta questa gente di terra, gente che sembra
aver creato radici, come un contadino o una collina, sono l’unico a sentire
questo mare. Chissà Teresa...
Raimundo: Maria era anche una
bottiglia di grappa. Avvicino l’orecchio a questa forma perfetta ed
esplorabile, ne percepisco il rumore, i movimenti di sogni possibili.
Percepisco, ancora, nella sua materia liquida, sogni che metterò in ordine, sottometterò al mio tempo e alla mia volontà, sogni che
toccherò con le mani.
Joaquim: L’amore è tornato per
divorare i fogli dove automaticamente ho ricominciato a scrivere il mio nome.
Joao: Chissà Teresa... Sì, chi mi dirà che questo oceano
non ci è comune?
Raimundo: Maria era anche un
giornale. Il mondo ancora caldo, nella sua ultima e più recente edizione.
Joaquim: L’amore ha rosicchiato la
mia infanzia, di dita sporche di pittura, di frangia sugli occhi, di stivaletti
mai lucidati. L’amore ha rosicchiato il bambino schivo, sempre in un angolo e
che scriveva sui libri, mordeva le matite, andava per strada lanciando pietre.
Ha rosicchiato i discorsi fatti alla pompa di benzina della piazzetta con i
cugini che sapevano tutto di uccelli, donne e automobili.
João: Posso credere che questo oceano
non sia comune? Un sogno è una mia creazione nata dal mio tempo dormiente o esiste
una qualche partecipazione esterna, di tutto l’universo, della sua geografia,
della sua storia, della sua poesia?
Raimundo: Maria era anche un libro
di terrore, un terrore certo, un terrore da praticare, con cui esercitarsi a sentire
la voce di una sedia, di una cassettiera; terrore nascosto con attenzione, come
un qualsiasi animale velenoso tra foglie chiare e organizzate di una foresta
numerata che porta distici esplicativi: poesia, poesie, versi.
Joaquim: L’amore ha divorato il
mio stato e la mia città. Ha drenato l’acqua morta delle rive limacciose, ha
abolito la marea. Ha divorato le piante crespe dalle foglie dure degli stagni
salmastri, ha divorato il verde acido delle piante di canna che coprono le
colline regolari tagliate dalle barriere rosse, dal trenino nero, dai focolari.
Ha divorato l’odore della canna tagliata e l’odore della brezza di mare. Ha persino divorato cose non pensavo di non saper dire in versi.
João: L’arbusto o la pietra apparsi in
un sogno qualsiasi possono rimanere indifferenti alla vita della quale sono
partecipi? Possono ignorare il mondo che pure contribuiscono a popolare? È
possibile che sentano questa partecipazione, questi fantasmi, questa Teresa,
per esempio, adesso distratta e distante? Esiste un qualche segnale che le faccia
comprendere che siamo stati, insieme, pesci di uno stesso mare?
Raimundo: Maria era anche un foglio
bianco, barriera opposta al fiume impreciso che scorre in regioni da qualche
parte dentro di noi. In questo foglio
costruirei un oggetto solido che in seguito imiterò, e che poi mi definirà.
Penso di scegliere: una poesia, un disegno, del cemento armato – presenze
precise e inalterabili, opposte alla mia fuga.
Joaquim: L’amore ha divorato i
giorni non ancora annunciati dal calendario. Ha divorato i minuti di ritardo
del mio orologio, gli anni che le linee della mia mano mi avevano assicurato.
Ha divorato il futuro grande atleta, il futuro grande poeta. Ha divorato i
futuri viaggi attorno al mondo, i futuri scaffali attorno al soggiorno.
João: Da dove mi è saltata fuori
l’idea che Teresa possa sentirsi partecipe di un universo privato, chiuso nei
miei ricordi? Di questo mondo che, attraverso la mia franchezza, ho capito
essere l’unico dove mi sarà possibile compiere gli atti più semplici, come ad
esempio, camminare, bere un bicchier d’acqua, scrivere il mio nome? Niente,
nemmeno la stessa Teresa.
Raimundo: Maria era anche il
sistema fissato con antecedenza, fine ultimo cui arrivare. Era quella lucidità,
che, lei sola, può darci un modo nuovo e completo di vedere un fiore, leggere un
verso.
Joaquim: L’amore ha divorato la
mia pace e la mia guerra. Il mio giorno e la mia notte. Il mio inverno e la mia
estate. Ha divorato il mio silenzio, il mio mal di testa, la mia paura della
morte.
Nota: Nella versione originale lo scrittore usa il verbo comer, roer e devorar per indicare
l’azione compiuta dall’amore nelle battute di Joaquim. Sono tutti verbi legati
all’uso della bocca e dei denti per l’ingestione di cibi. Il verbo roer, in relazione agli esseri umani è
legato all’idea di mangiare le unghie,
e in relazione agli animali, al rodere dei roditori. Nella versione tradotta ho
dovuto venir meno alla gradazione di intensità di questi verbi, visto che comer, che potrebbe essere tradotto con
un normalissimo mangiare, in portoghese può essere usato con un intensità più
forte, tanto da indicare anche la consumazione di una relazione sessuale. In
questo testo tradurre l’amore ha mangiato
(…) avrebbe fatto perdere buona parte della forza semantica propria della
parola portoghese. Ho optato, pertanto, per l’eleiminazione della gradazione
tra comer e devorar per non perdere la potenza semantica del verbo più usato
nelle battute di Joaquim. Quanto al verbo roer,
sebbene prossimo alla parola unghie con una chiara allusione all’idea di mangiare le unghie, si è preferito
mantenerlo con la traduzione di rodere,
per poter mantenere una gradazione semantica che non fosse al ribasso dopo divorare, visto che già si era persa la
gradazione anteriore tra comer e devorar. Oltretutto il verbo rodere
trasmette l’idea di logoramento che credo sia il proposito dell’autore. Quanto
alle altre scelte traduttive, non mi sembra necessario spiegarle, un buon
traduttore concorderà o discorderà e un buon lettore apprezzerà.
