mercoledì 11 marzo 2026


ABRAMOVIĆ, Marina. Marina Abramović Writings, 1960-2014. Köln: Verlag der Buchhandlung Walther König, 2018 p. 51. Traduções italiana e portuguesa de: Irma Caputo (inicialmente publicadas em outro site)

 

Pezzi di cielo in frantumi.

Le finestre dentro di me sono pulite. 

I miei desideri viola pieni di sogni infantili. 

 

Hai fatto qualcosa ai minatori di carbone che hanno detto: 

“Vogliamo quei cappelli nuovi nuovi che si comprano in Via del Corso?”

Pedaços de céu esmigalhado. 

As janelas dentro de mim estão limpas. 

Meus desejos roxos que estão cheios de sonhos infantis. 

 

Você fez alguma coisa para os mineradores de carvão que falaram: 

“Queremos aqueles chapéus novos em folha comprados na Avenida Principal?”


Texto retirado de: ABRAMOVIĆ, Marina. Marina Abramović Writings, 1960-2014. Köln: Verlag der Buchhandlung Walther König, 2018 p. 51. 


Crushed pieces of sky.

The window within me are clean. 

Purple wishes of mine which are filled with childlike dreams.

 

Did you do something with the coal workers who said:

“We want those hats completely new, bought on Main Street?”


domenica 7 aprile 2019

Perché la libertà di Lula fa così tanta paura? (TRADUZIONE DALL'ORIGINALE)

Lettera di Lula pubblicata ad un anno dalla sua prigione sulla Folha di São Paulo del 7 Aprile 2019 (Anno 99, numero 32.876).
 Segue traduzione in italiano. 

Perché la libertà di Lula fa così tanta paura?
L’obiettivo già è stato raggiunto: impedire la mia elezione

Luiz Inácio Lula da Silva 
Ex-presidente della Repubblica (2003-2010)

È passato un anno da quando sono stato messo in prigione ingiustamente, accusato e condannato per un crimine mai esistito. Ogni singolo giorno trascorso qui dentro non ha fatto altro che aumentare la mia indignazione, tuttavia ho ancora fiducia in una sentenza giusta in cui possa prevalere la verità. Posso dormire con la coscienza a posto per la mia innocenza. Dubito che dormano sogni tranquilli coloro che mi hanno condannato in una farsa giuridica. 
Ciò che più mi angoscia, nel frattempo, è cosa sta succedendo in Brasile e la sofferenza del nostro popolo. Al fine di imporre una sentenza di eccezione, hanno superato i limiti della legge e della costituzione, indebolendo in tal modo la democrazia. I diritti del popolo e di cittadinanza vengono revocati giorno dopo giorno, il tutto mentre viene imposto lo strozzamento dei salari, la precarizzazione del mondo del lavoro e un alto costo di vita. Consegnano la sovranità nazionale, le nostre ricchezze, le nostre imprese e persino il territorio per soddisfare gli interessi stranieri. 
Ad oggi è chiaro che la mia condanna è parte di un disegno politico messo in atto a partire dalla rielezione della Presidentessa Dilma Roussef nel 2014. Sconfitta alle urne per la quarta volta consecutiva, l’opposizione ha scelto il cammino del golpe per tornare al potere, riprendendo il vizio autoritario delle classi dominanti brasiliane.
Il golpe dell’impeachement senza crimine di responsabilità è andato in senso contrario a un modello di sviluppo di inclusione sociale che il paese stava costruendo sin dal 2003. 
In dodici anni abbiamo creato 20 milioni di posti di lavoro, abbiamo fatto uscire dalla miseria 32 milioni di persone e abbiamo moltiplicato il PIL di cinque punti percentuali. Abbiamo aperto le università a milioni di esclusi. Abbiamo vinto la fame. 
Quel modello era intollerabile per una fascia della società privilegiata e piena di preconcetti. Ha ferito potenti interessi economici fuori dal paese. Mentre il petrolio pré-sal ha suscitato l’avidità delle aziende petrolifere straniere, le imprese brasiliane hanno dovuto disputare il mercato con tradizionali esportatori di altri paesi. 
L’impeachement è servito a far ritornare il neoliberismo, questa volta in una versione ancora più radicale. A tal fine hanno sabotato gli sforzi del governo Dilma per affrontare la crisi economica e rimediare ai suoi stessi errori. 
Hanno messo in ginocchio il paese portandolo al collasso fiscale e in una recessione che è ancora in corso. Avevano promesso che sarebbe bastato togliere il PT dal governo perché i problemi del paese avessero fine. 
Il popolo ha capito subito di essere stato ingannato. La disoccupazione è aumentata, i programmi sociali sono stati svuotati, scuole e ospedali hanno perso i finanziamenti. Una politica suicida perpetrata dalla Petrobras ha reso il prezzo del  gas da cucina proibitivo per i poveri, portando agli scioperi dei camionisti. Vogliono mettere fine alla pensione di anziani e lavoratori rurali. 
Nelle carovane in giro per il paese, ho visto negli occhi della nostra gente la speranza e il desiderio di riprendere quel modello che aveva cominciato ad appianare le disuguaglianze e a dare opportunità a chi non le aveva mai avute. Già all’inizio del 2018 le statistiche mostravano che avrei vinto le elezioni al primo turno. Era necessario impedire la mia candidatura a qualsiasi costo. L’operazione Lava Jato [autolavaggio], che ha fatto da sfondo al golpe dell’impeachement, ha infranto scadenze e prerogative della difesa per condannarmi prima delle elezioni. Avevano messo illegalmente sotto intercettazione le mie conversazioni, i telefoni dei miei avvocati e persino quello della presidentessa della Repubblica. Sono stato condotto coercitivamente e illegalmente a quello che si è rivelato un vero e proprio sequestro di persona.
Hanno perquisito da cima a fondo la mia casa, rovesciato i materassi, hanno preso i cellulari e persino i tablet dei miei nipoti.
Non hanno trovato nulla per accusarmi: nessuna conversazione con criminali o valigie piene di denaro, né tantomeno conti correnti all’estero. Ciò nonostante sono stato condannato in tempo record da Sergio Moro e dal TRF - 4 (Tribunale Regionale Federale -4) per “atti indeterminati”, senza che potessero provare nessun collegamento tra l’appartamento che non è mai stato di mia proprietà e gli ipotetici trasferimenti di danaro illecito della Petrobras. Il Supremo Tribunale Federale ha respinto una giusta richiesta di habeas corpus sotto la pressione dei Media, del mercato e persino delle Forze Armate, come di recente ha confermato Jair Bolsonaro, colui che ha tratto il maggior beneficio da questa persecuzione. 
La mia candidatura è stata vietata andando contro la legge elettorale, la giurisprudenza e una risoluzione del Comitato per i Diritti Umani dell’ONU al fine di garantire i miei diritti politici. Nonostante la situazione, il nostro candidato Fernando Haddad ha ottenuto un numero significativo di voti ed è stato sconfitto soltanto dalla fabbrica di bugie di Bolsonaro messa a punto nelle reti sociali, finanziata con denaro illecito, non dichiarato, secondo la stampa, anche di origine straniera. 
I più rinomati giuristi brasiliani e di altri paesi hanno ritenuto assurda la mia condanna e hanno fatto notare la parzialità di Sergio Moro, poi confermata dai fatti quando ha accettato di diventare Ministro della Giustizia del presidente che lui stesso aveva aiutato a eleggere condannandomi.  L’unica cosa che voglio è che portino almeno una prova contro di me. 
Perché la liberta di Lula fa così tanta paura, se già hanno raggiunto l’obiettivo che era impedire la mia elezione, se non esiste nulla che possa giustificare questa prigione? In realtà, ciò che temono è l’organizzazione del popolo che si identifica con il nostro progetto di paese. Temono di dover riconoscere le arbitrarietà commesse per eleggere un presidente incapace e che ci fa solo provare vergogna.
Loro lo sanno che la mia liberazione è parte importante per un ritorno della democrazia in Brasile. Ma sono incapaci di convivere con il processo democratico. 

Traduzione volontaria a cura di Irma Caputo.



giovedì 27 luglio 2017

Circoli o spirali?

Poesia dell'eterno ritorno

C’è il tuo volto dentro il tuo volto: unico e multiplo.
Le mani tue di un tempo, nelle tue mani d’ora.

C’è quel primo amore che è sempre l’ultimo
prima del tempo o solo di tard’ora. 


E venivi da lontano. Ed eri il mare fondo.
Io ti conosco. Ed era per me. Ed era per te. Ed era per noi.
E nella tua voce c’era il principio del mondo.
Ed era prima della terra. Ed era il poi.



Manuel Alegre, 2001, traduzione amatoriale a cura di Irma Caputo, 2017  
Dottoranda in Studi del linguaggio della PUC di Rio de Janeiro, irma.caputo@gmail.com


Ourobos, secondo l'iconografia egiziana
e grega simbolo della ciciclicità
o dell'eterno ritorno.



In questa tabella mostro parzialmente il processo di analisi propedeutico alla traduzione, segnando gli accenti primari in giallo e riponendoli tra parentesi con la numerazione della sillaba, mentre in verde sono segnati i secondari che ritengo  importanti. Il conteggio sillabico in portoghese è diverso dall'italiano, infatti ai fini metrici si conta fino all'ultima sillaba accentata, ignorando le successive sillabe grammaticali. Nella traduzione proposta si è cercato soprattuto di preservare le rime alternate perché contribuiscono, a mio avviso, più del conteggio metrico, alla costruzione ritmica, un ritmo per l'appunto circolare che serve a chiudere catene di significato, seguendo il principio delle parallelismi di rima per somiglianza o dissonanza di significadp (Jakobson, 1961). Di fatti non è casuale che múltiplo rimi con último, agora con hora e così via. Nel secondo verso della seconda strofa, seguendo l'idea della transcriação haroldiana, ovvero della riproduzione dello stesso nella differenza, mi sono permessa di fare una aggiunta lessicale che potesse preservare l'intensità di tão fundo, senza dover tradurre con l'equivalente italiano così. Ho preferito tradurre l'idea di una persona molto "fonda" (profonda), con l'associazione al mare. Sì, mi sono presa una libertà abbastanza forte, assunta e spiegata. 


Poema do eterno retorno


/ o/ teu/ ro/sto/ den/tro/ do/ teu/ ro/sto:/ ú/ni/co e/ múl/ti/plo./ 15 (1-4-6-10-12-15)   A
As/ tuas/ mãos/ de ou/tro/ra/ nas/ tuas/ mãos/ de a/go/ra 10 (3-5-9-11)               B
/ o/ pri/mei/ro a/mor/ que é/ sem/pre o/ úl/ti/mo/ 11 (1-4-6-8-10)           A
an/tes/ do/ tem/po /ou/ / de/pois/ da/ ho/ra.                                        11 (1-4-7-9-11)           B


E/ vi/nhas/ de/ tão/ lon/ge/. E e/ra/ tão/ fun/do. 11 (2-4-8-10)               C
Eu/ co/nhe/ço/-te./ E /e/ra/ por/ mim./ E/ e/ra/ por/ ti./ E/ e/ra/ por/ dois 20 (3-10-15-20)           D
E ha/via/ na/ tua/ voz/ o/ prin/cí/pio/ do/ mun/do 11 (2-5-8-11)               C
E e/ra an/tes/ da/ Ter/ra./ E e/ra/ de/pois./                                                      10 (2-5-7-10)               D


Manuel Alegre, in Livro do Português Errante (Pub. D. Quixote, 2001).



lunedì 6 febbraio 2017

Mal d’amore

Il titolo originale di questa piccolo monologo a tre voci è “Os três mal-amados” (1943), letteralmente i tre malamati, ma tradotto col titolo Mal d’amore. João Cabral de Melo Neto (1920-1999) lo ha scritto ispirandosi ad una poesia de Carlos Drummond De Andrade (1902-1987), il cui titolo è Quadrilha (1930) in italiano Quadriglia, i gruppi di quattro persone che eseguono balli popolari, mutando costantemente il partner attraverso uno scambio di posizioni .

A seguire un piccolo estratto di Quadrilha per poter entrare nello spirito di Mal d’amore.

João amava Teresa che amava Raimundo
che amava Maria che amava Joaquim
che amavva Lili…

Mal d’amore

João: Guardo Teresa. È seduta qui accanto a me, a pochi centimetri. A pochi centimetri, molti chilometri. Perché questa sensazione che mi servirebbero chilometri per misurare la distanza, la lontananza in cui la vedo in questo momento?

Raimundo: Maria era la spiaggia dove andavo alcune mattine. I miei gesti inevitabili, compiuti all'aria aperta, così aperta che era lei stessa a definirne i confini. I miei gesti semplificati innanzi a estensioni i cui segreti erano aboliti da una luce diffusa.

Joaquim: L’amore ha divorato il mio nome, la mia identità, la mia foto. L’amore ha divorato la mia carta d’identità, la mia genealogia, il mio indirizzo. L’amore ha divorato i miei biglietti da visita. L’amore è arrivato e ha divorato tutti fogli su cui avevo scritto il mio nome.

João: Guardo Teresa come se guardassi il ritratto di un’antenata vissuta in un altro secolo. O come se guardassi un volto in un altro continente, attraverso un telescopio. La vedo come se fosse ricoperta da una polvere leggerissima o da un’aria azzurrognola che avvolge le persone distanti da noi molti anni o molte leghe.

Raimundo: Maria è sempre stata una spiaggia, il posto dove mi sento esatto e nitido come una pietra – un dettaglio, una fuga, un eccesso subito evaporati. Maria era il mare di questa spiaggia, senza mistero, né profondità. Elementare, come le cose che possono mutare in vapore o polvere.

Joaquim: l’amore ha divorato i miei vestiti, i fazzoletti al taschino, le mie camicie. L’amore ha divorato metri e metri di cravatte. L’amore ha divorato la taglia dei miei vestiti, il numero delle mie scarpe, la circonferenza dei miei cappelli. L’amore ha divorato la mia altezza, il mio peso, il colore dei miei occhi e i miei capelli.

João: Posso dire che questa ragazza accanto a me è la stessa Teresa che per tutto il giorno, per effetto del gas dei sogni, ho sentito attaccata a me?

Raimundo: Maria era anche una fontana. Il liquido che sarebbe cominciato a zampillare in un momento che riuscivo a prevedere, in un punto che avrei potuto esaminare, in circostanze che avrei potuto controllare. Aspiravo ad accompagnare con gli occhi la crescita di un arbusto, il sorgere di uno zampillo di acqua.

Joaquim: L’amore ha divorato le mie medicine, le mie ricette mediche, le mie diete. Ha divorato le mie aspirine, il mio elettrocardiogramma, le mie radiografie. Ha divorato il mio elettroencefalogramma, gli esami delle mie urine.

João: Questa è la stessa Teresa che la scorsa notte ho conosciuto in tutta la sua intimità? Posso dire di averla vista, di averle parlato, posso dire di averla avuta in tutta la sua intimità? Quale intimità più grande, se non quella del sogno? Quel sogno che porto ancora dentro di me come se avessi un oggetto pesante in tasca.

Raimundo: Maria non era un corpo indefinito, impreciso. Ne conoscevo tutti i dettagli. Avrei potuto ricostruirlo ogni volta che lo volevo. La sua bocca, il suo sorriso irregolare. Non mi sarebbe stato difficile riordinare tutti questi dettagli, ricomporla come in un gioco di costruzioni o una scheda di anatomia.

Joaquim: L’amore ha divorato tutti i miei libri di poesia sullo scaffale. Ha divorato i miei libri di prosa, le citazioni in versi. Ha divorato nel dizionario le parole che avrebbero potuto unirsi in versi.

João: Mi sembra di sentire ancora il mare del sogno che ha inondato la mia stanza. Sento ancora l’onda arrivare al mio letto. Mi ritorna ancora lo spavento di svegliarmi tra mobili e pareti che non capivo come potessero essere rimasti asciutti. E senza nessun segnale di quell’acqua che il sole aveva asciugato, ma al cui contatto ancora mi sento infreddolito e mezzo umido (adesso penso che sarebbe più giusto, del mare del sogno, dire che il sole lo ha messo in fuga, perché i sogni sono come gli uccelli non solo perché crescono e vivono nell’aria).

Raimundo: Maria era anche, in certi pomeriggi, un campo ricoperto di cemento che attraversavo per arrivare da qualche parte. Solo sulla terra e sotto un sole che mi avrebbe fatto evaporare da qualsiasi nuvola.

Joaquim: Vorace, l’amore ha divorato gli utensili che usavo: pettine, rasoio, spazzole, forbici, coltellino svizzero. Con ancora più voracia, l’amore ha divorato l’uso dei miei utensili: le mie docce fredde, l’opera cantata in bagno, lo scaldabagno dell’acqua ormai in disuso, ma che ancora sembrava la caldaia di una fabbrica.

João: Teresa è qui, a portata di mano, del mio parlare. Perché, intanto, mi sento senza nessun diritto fuori da quel mare? Ignorante di gesti, di parole?

Raimundo: Maria era anche un albero. Uno di quegli organismi solidi e pratici attaccati alla terra con le radici che la esplorano e ne invadono i segreti. E allo stesso tempo lanciati verso il cielo, con cui scambia i suoi gas, i suoi uccelli, i suoi movimenti.

Joaquim: l’amore ha divorato la frutta sul tavolo. Ha bevuto l’acqua dai bicchieri e dalle brocche. Ha divorato il pane, nascosto di proposito. Ha bevuto le lacrime degli occhi che, nessuno lo sapeva, erano gonfi d’acqua.

João: Il sogno ritorna, mi coinvolge di nuovo. L’onda torna a sbattere contro la sedia, minaccia di arrivare al tavolo. Penso che, in mezzo a tutta questa gente di terra, gente che sembra aver creato radici, come un contadino o una collina, sono l’unico a sentire questo mare. Chissà Teresa...

Raimundo: Maria era anche una bottiglia di grappa. Avvicino l’orecchio a questa forma perfetta ed esplorabile, ne percepisco il rumore, i movimenti di sogni possibili. Percepisco, ancora, nella sua materia liquida, sogni che metterò in ordine, sottometterò al mio tempo e alla mia volontà, sogni che toccherò con le mani.

Joaquim: L’amore è tornato per divorare i fogli dove automaticamente ho ricominciato a scrivere il mio nome.

Joao: Chissà Teresa... Sì, chi mi dirà che questo oceano non ci è comune?

Raimundo: Maria era anche un giornale. Il mondo ancora caldo, nella sua ultima e più recente edizione.

Joaquim: L’amore ha rosicchiato la mia infanzia, di dita sporche di pittura, di frangia sugli occhi, di stivaletti mai lucidati. L’amore ha rosicchiato il bambino schivo, sempre in un angolo e che scriveva sui libri, mordeva le matite, andava per strada lanciando pietre. Ha rosicchiato i discorsi fatti alla pompa di benzina della piazzetta con i cugini che sapevano tutto di uccelli, donne e automobili.

João: Posso credere che questo oceano non sia comune? Un sogno è una mia creazione nata dal mio tempo dormiente o esiste una qualche partecipazione esterna, di tutto l’universo, della sua geografia, della sua storia, della sua poesia?

Raimundo: Maria era anche un libro di terrore, un terrore certo, un terrore da praticare, con cui esercitarsi a sentire la voce di una sedia, di una cassettiera; terrore nascosto con attenzione, come un qualsiasi animale velenoso tra foglie chiare e organizzate di una foresta numerata che porta distici esplicativi: poesia, poesie, versi.

Joaquim: L’amore ha divorato il mio stato e la mia città. Ha drenato l’acqua morta delle rive limacciose, ha abolito la marea. Ha divorato le piante crespe dalle foglie dure degli stagni salmastri, ha divorato il verde acido delle piante di canna che coprono le colline regolari tagliate dalle barriere rosse, dal trenino nero, dai focolari. Ha divorato l’odore della canna tagliata e l’odore della brezza di mare. Ha persino divorato cose non pensavo di non saper  dire in versi.

João: L’arbusto o la pietra apparsi in un sogno qualsiasi possono rimanere indifferenti alla vita della quale sono partecipi? Possono ignorare il mondo che pure contribuiscono a popolare? È possibile che sentano questa partecipazione, questi fantasmi, questa Teresa, per esempio, adesso distratta e distante? Esiste un qualche segnale che le faccia comprendere che siamo stati, insieme, pesci di uno stesso mare?

Raimundo: Maria era anche un foglio bianco, barriera opposta al fiume impreciso che scorre in regioni da qualche parte dentro di noi.  In questo foglio costruirei un oggetto solido che in seguito imiterò, e che poi mi definirà. Penso di scegliere: una poesia, un disegno, del cemento armato – presenze precise e inalterabili, opposte alla mia fuga.

Joaquim: L’amore ha divorato i giorni non ancora annunciati dal calendario. Ha divorato i minuti di ritardo del mio orologio, gli anni che le linee della mia mano mi avevano assicurato. Ha divorato il futuro grande atleta, il futuro grande poeta. Ha divorato i futuri viaggi attorno al mondo, i futuri scaffali attorno al soggiorno.

João: Da dove mi è saltata fuori l’idea che Teresa possa sentirsi partecipe di un universo privato, chiuso nei miei ricordi? Di questo mondo che, attraverso la mia franchezza, ho capito essere l’unico dove mi sarà possibile compiere gli atti più semplici, come ad esempio, camminare, bere un bicchier d’acqua, scrivere il mio nome? Niente, nemmeno la stessa Teresa.

Raimundo: Maria era anche il sistema fissato con antecedenza, fine ultimo cui arrivare. Era quella lucidità, che, lei sola, può darci un modo nuovo e completo di vedere un fiore, leggere un verso. 

Joaquim: L’amore ha divorato la mia pace e la mia guerra. Il mio giorno e la mia notte. Il mio inverno e la mia estate. Ha divorato il mio silenzio, il mio mal di testa, la mia paura della morte.

Nota: Nella versione originale lo scrittore usa il verbo comer, roer e devorar per indicare l’azione compiuta dall’amore nelle battute di Joaquim. Sono tutti verbi legati all’uso della bocca e dei denti per l’ingestione di cibi. Il verbo roer, in relazione agli esseri umani è legato all’idea di mangiare le unghie, e in relazione agli animali, al rodere dei roditori. Nella versione tradotta ho dovuto venir meno alla gradazione di intensità di questi verbi, visto che comer, che potrebbe essere tradotto con un normalissimo mangiare, in portoghese può essere usato con un intensità più forte, tanto da indicare anche la consumazione di una relazione sessuale. In questo testo tradurre l’amore ha mangiato (…) avrebbe fatto perdere buona parte della forza semantica propria della parola portoghese. Ho optato, pertanto, per l’eleiminazione della gradazione tra comer e devorar per non perdere la potenza semantica del verbo più usato nelle battute di Joaquim. Quanto al verbo roer, sebbene prossimo alla parola unghie con una chiara allusione all’idea di mangiare le unghie, si è preferito mantenerlo con la traduzione di rodere, per poter mantenere una gradazione semantica che non fosse al ribasso dopo divorare, visto che già si era persa la gradazione anteriore tra comer e devorar. Oltretutto il verbo rodere trasmette l’idea di logoramento che credo sia il proposito dell’autore. Quanto alle altre scelte traduttive, non mi sembra necessario spiegarle, un buon traduttore concorderà o discorderà e un buon lettore apprezzerà.