La persistenza della memoria, Salvador Dalí, 1931, olio su tela, 23X33 cm, The Museum of Modern Art of New York, New York.
Sono passati più di dodici anni. Non l’ho mai più vista.
Nemmeno l’ombra. Soltanto all’idea, soltanto a pensarci, già sentivo quei
brividi che mi sconquassavano. Ancora li sento. E ho lo stomaco debole. E
un’ulcera in processo di cura – se l’ignoranza è salvezza, allora ignorare
dovrà pur servire a qualcosa. Mai più nulla, nemmeno la sua voce. Nulla se non
la sensazione stampata nella memoria dei suoni che emetteva per me. Mai più
nulla di lei. Nemmeno voci false. Mai più nessuno mi parlò di lei. Credo che
ebbi la faccia da cane abbandonato per una settimana circa. Le borse sotto gli
occhi gonfie di lacrime. Sembra quasi divertente quando parliamo in questo modo
di un dolore che ci ha fatto male. Quando si parla del passato. Credo che ebbi
la faccia da cane abbandonato per più di un anno. Le borse sotto gli occhi
stanchi di vedermi come chi sta con una faccia da cane abbandonato.
Sono passati
dodici anni. Sembrano dodici giorni. Mi ricordo ancora del neo che aveva sotto
il braccio. Dell’odore del suo respiro quando si svegliava al mattino. Con o
senza alcol. Ogni sapore mi ricorda di lei. Mi ricordo persino dei suoi sapori.
Mi piaceva il suo odore sotto la doccia. Prima di passare il sapone o lo
shampoo. Quando c’era soltanto il suo odore, il suo odore puro. Mi piace
provare a ricordare ogni parte di lei. Come se risolvessi un rompicapo – e che
cos’è la mancanza se non questo? Mi piace provare a ricordare la forma delle
sue unghie, stranamente non me ne ricordo. Mi ricordo di tutto, tranne delle
sue unghie. Mi piace passare ore e ore a sfogliare riviste per vedere se la
mano di qualche diva mi ricorda la sua mano. Delle unghie, della forma, più
precisamente. Lei mi ha bagnata di lacrime. È rimasta la mancanza che ho di lei
e una bacinella piena d’acqua salata. Se la mancanza ha un sapore, è proprio questo.
Ma oggi sto meglio. Per molto tempo ho pensato che lei mi avesse annientata. Ma
per amare bisogna essere forti. E se sei forte per amare quando c’è l’amore,
devi essere forte per amare quando l’amore finisce. Sembra un nodo. Ma è un filo, sospeso orizzontalmente nei giorni. Una linea del tempo che scandisce le ore
che sembrano non passare mai. L’amore è un vestito che non si può usare tutti
i Carnevali. Da un momento all’altro si perde lo sfizio. Si sfliaccia, si
scolorisce, si scuce. E tu fai di tutto. Ma arriva un momento in cui non è più possibile rammendare. Sogniamo, continuiamo a sognare persino da svegli, ma
quando ce ne accorgiamo, sono passati dodici anni ed è rimasto solo un vuoto
attorno. Da un momento all’altro i mostri t’inghiottiscono.
Penso che se
l’amore non fosse arrivato io non avrei nemmeno amato. I paesaggi, in un dato
momento, si dimenticano. Sono passati più di dodici anni e già riesco ad
entrare in macchina e a guidare per la città senza immaginarla mentre
attraversa ogni strada. Non mi piace parlare di lei. Di parlarne così, perché
sembra che stia per tornare. E quando torna senza tornare, i giorni sono più
lunghi. Non mi piace interferire nel tempo.
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| Julianna Motter a Brasilia, interventi di poesia urbana. |
Sono passati più
di dodici anni e oggi quando ho aperto un cassetto per prendere dei calzini mi
sono imbattuta in una sua mutandina. Sono rimasta due ore a discutere con la
nostalgia. Ho deciso di scriverla.
Metterla su carta per vedere, chissà, se resta da queste parti. Merda, una
mutandina? Io ti ho mandato a fanculo e tu mi hai colto di sorpresa con una
mutandina? La nostalgia, così all’improvviso. Un oggetto sporco incrostato, mezzo
ingiallito al centro, con un odore di cosa vecchia e stipata. Era proprio così
che la stavo rincontrando allora? Un cazzo di odore di muffa nel bel mezzo di
un lunedì pomeriggio. Se ne era andata e all’improvviso era di nuovo lì.
Mostrandomi in realtà che l’amore è più bello nell’immaginazione. Di quante
mutandine bagnate appese nella doccia sono riuscita a liberarmi? L’amore è più
bello quando è mancanza. Quando è solo assenza e quando le due persone nella
foto incorniciata nel soggiorno non parlano. Il verbo dell’amore fa male.
Julianna Motter è una giovane poetessa brasiliana. Attualmente vive e studia giornalismo a Brasilia. Ha pubblicato "De Carne e Concreto" con la casa editrice Patuá nel 2014. Molto attiva sulle reti sociali, gran parte delle sue pubblicazioni avvengono via internet. Questo piccolo racconto è stato pubblicato via facebook poco prima della fine del 2016.
Nota: il racconto tradotto non ha titolo, la scelta è della traduttrice.
Traduzione a cura di Irma Caputo - irma.caputo@gmail.com
Dottoranda in Studi del linguaggio della Puc di Rio de Janeiro.





