giovedì 19 gennaio 2017

LA PERSISTENZA DELLA MEMORIA

    La persistenza della memoria, Salvador Dalí, 1931, olio su tela, 23X33 cm, The Museum of Modern Art of New York, New York. 

Sono passati più di dodici anni. Non l’ho mai più vista. Nemmeno l’ombra. Soltanto all’idea, soltanto a pensarci, già sentivo quei brividi che mi sconquassavano. Ancora li sento. E ho lo stomaco debole. E un’ulcera in processo di cura – se l’ignoranza è salvezza, allora ignorare dovrà pur servire a qualcosa. Mai più nulla, nemmeno la sua voce. Nulla se non la sensazione stampata nella memoria dei suoni che emetteva per me. Mai più nulla di lei. Nemmeno voci false. Mai più nessuno mi parlò di lei. Credo che ebbi la faccia da cane abbandonato per una settimana circa. Le borse sotto gli occhi gonfie di lacrime. Sembra quasi divertente quando parliamo in questo modo di un dolore che ci ha fatto male. Quando si parla del passato. Credo che ebbi la faccia da cane abbandonato per più di un anno. Le borse sotto gli occhi stanchi di vedermi come chi sta con una faccia da cane abbandonato.
Sono passati dodici anni. Sembrano dodici giorni. Mi ricordo ancora del neo che aveva sotto il braccio. Dell’odore del suo respiro quando si svegliava al mattino. Con o senza alcol. Ogni sapore mi ricorda di lei. Mi ricordo persino dei suoi sapori. Mi piaceva il suo odore sotto la doccia. Prima di passare il sapone o lo shampoo. Quando c’era soltanto il suo odore, il suo odore puro. Mi piace provare a ricordare ogni parte di lei. Come se risolvessi un rompicapo – e che cos’è la mancanza se non questo? Mi piace provare a ricordare la forma delle sue unghie, stranamente non me ne ricordo. Mi ricordo di tutto, tranne delle sue unghie. Mi piace passare ore e ore a sfogliare riviste per vedere se la mano di qualche diva mi ricorda la sua mano. Delle unghie, della forma, più precisamente. Lei mi ha bagnata di lacrime. È rimasta la mancanza che ho di lei e una bacinella piena d’acqua salata. Se la mancanza ha un sapore, è proprio questo. Ma oggi sto meglio. Per molto tempo ho pensato che lei mi avesse annientata. Ma per amare bisogna essere forti. E se sei forte per amare quando c’è l’amore, devi essere forte per amare quando l’amore finisce. Sembra un nodo. Ma è un filo, sospeso orizzontalmente nei giorni. Una linea del tempo che scandisce le ore che sembrano non passare mai. L’amore è un vestito che non si può usare tutti i Carnevali. Da un momento all’altro si perde lo sfizio. Si sfliaccia, si scolorisce, si scuce. E tu fai di tutto. Ma arriva un momento in cui non è più possibile rammendare. Sogniamo, continuiamo a sognare persino da svegli, ma quando ce ne accorgiamo, sono passati dodici anni ed è rimasto solo un vuoto attorno. Da un momento all’altro i mostri t’inghiottiscono.
Penso che se l’amore non fosse arrivato io non avrei nemmeno amato. I paesaggi, in un dato momento, si dimenticano. Sono passati più di dodici anni e già riesco ad entrare in macchina e a guidare per la città senza immaginarla mentre attraversa ogni strada. Non mi piace parlare di lei. Di parlarne così, perché sembra che stia per tornare. E quando torna senza tornare, i giorni sono più lunghi. Non mi piace interferire nel tempo.
Julianna Motter a Brasilia, interventi di poesia urbana.
Sono passati più di dodici anni e oggi quando ho aperto un cassetto per prendere dei calzini mi sono imbattuta in una sua mutandina. Sono rimasta due ore a discutere con la nostalgia. Ho deciso di scriverla. Metterla su carta per vedere, chissà, se resta da queste parti. Merda, una mutandina? Io ti ho mandato a fanculo e tu mi hai colto di sorpresa con una mutandina? La nostalgia, così all’improvviso. Un oggetto sporco incrostato, mezzo ingiallito al centro, con un odore di cosa vecchia e stipata. Era proprio così che la stavo rincontrando allora? Un cazzo di odore di muffa nel bel mezzo di un lunedì pomeriggio. Se ne era andata e all’improvviso era di nuovo lì. Mostrandomi in realtà che l’amore è più bello nell’immaginazione. Di quante mutandine bagnate appese nella doccia sono riuscita a liberarmi? L’amore è più bello quando è mancanza. Quando è solo assenza e quando le due persone nella foto incorniciata nel soggiorno non parlano. Il verbo dell’amore fa male.


Julianna Motter è una giovane poetessa brasiliana. Attualmente vive e studia giornalismo a Brasilia. Ha pubblicato "De Carne e Concreto" con la casa editrice Patuá nel 2014. Molto attiva sulle reti sociali, gran parte delle sue pubblicazioni avvengono via internet. Questo piccolo racconto è stato pubblicato via facebook poco prima della fine del 2016. 

Nota: il racconto tradotto non ha titolo, la scelta è della traduttrice. 

Traduzione a cura di Irma Caputo - irma.caputo@gmail.com 
Dottoranda in Studi del linguaggio della Puc di Rio de Janeiro.

sabato 14 gennaio 2017

  Frutta di Pernambuco 

Pernambuco mascolino
tutto aggreda bambino

 di frutta la più femmina
tra le più avide femmine.

Ninfomaniaca, quasi, 
nel dissolversi, nel darsi,

mai risparmiarsi, che zoccola 
Anche acida, lo zucchero 

carnale è, grosso, corposo
di corpo al corpoil coito,


che più letto che a tavola 
sarebbe bello averle.

Poesia de João Cabral de Melo Neto, titolo originale As frutas de Pernambuco, tratta da  A escola das facas, 1980. Traduzione a cura di Irma Caputo - irma.caputo@gmail.com 
Dottoranda in Studi del linguaggio della Puc di Rio de Janeiro.



Canna da zucchero bambina


La canna da zucchero, pura
non vuole, viva, star nuda:

da sempre mil gonne di foglia
avvolgon la gamba andalusa

Così da dentro andalusa
crescendo onesta e promiscua

cresce novizia  senza amori
 né canti, uccelli e fiori.

Poesia de João Cabral de Melo Neto, titolo originale A cana de açúcar menina, tratta da  A escola das facas, 1980. 
Traduzione a cura di Irma Caputo - irma.caputo@gmail.com 
Dottoranda in Studi del linguaggio della Puc di Rio de Janeiro.

venerdì 13 gennaio 2017

Ricetta per il nuovo anno

Ricetta per il nuovo anno

Per meritarti uno splendido Anno Nuovo
color arcobaleno, o color di pace
un nuovo anno che non si compari a tutto il tempo già vissuto
(vissuto male forse o senza un senso)
per meritarti un anno
non appena tirato a nuovo, rammendato di fretta,
ma nuovo nelle sementi di ciò che sarà; 
nuovo
fino al midollo delle cose meno visibili
(a cominciare dal suo interno)
nuovo, spontaneo, così perfetto che non si nota,
ma con lui si mangia, si passeggia,
si ama, si capisce, si lavora,
non hai bisogno di bere champagne o nessun altra
birretta,
non bisogna spedire né ricevere messaggi
(una pianta riceve messaggi?
manda telegrammi?)

Non bisogna
fare la lista delle buone intenzioni
per poi metterle nel cassetto
Non bisogna piangere pentito
per le sciocchezze consumate
né credere stupidamente
che per decreto di speranza
a partire da gennaio le cose cambino
e sia tutto semplicità, ricompensa,
giustizia tra gli uomini e le nazioni,
libertà con profumo e sapore del pane a colazione,
diritti rispettati, a cominciare
dal diritto augusto alla vita.


Per meritare un Anno nuovo
degno di questo nome,
tu, caro mio, devi guadagnartelo,
devi rinnovare tutto, so che non è facile,
ma tenta, sperimenta, cosciente.
È dentro di te che il Nuovo Anno
sonnecchia e aspetta da sempre.

Traduzione a cura di Irma Caputo dottoranda in “Estudos da linguagem” della Puc-Rio (Dicembre 2016), titolo originale “Receita de ano novo” di Carlos Drummond de Andrade (Editora Record, 2008).




CUJO - Tra materia e parole


Nuno Ramos. Sem título - Latão, cobre, alumínio, pelúcia, plásticos, tecidos, espelho, acrílico, tinta a óleo, canos de aço inoxidável. 321 X 663 X 235 cm. 

Misi tutt’assieme: acqua, alghe, fango, in una pozza verticale, come una scultura cucita dal suo stesso peso. Pezzi di mondo (parole innanzitutto) si riflettevano lì e il colore dorato di questi riflessi restituiva un’impressione intoccata di realtà. Dalla pozza usciva un suono terribile di una sega a completare il rituale, come una promessa (che io attendevo, attento) che fosse conoscenza e rivelazione. Fu allora, come se sudasse, che alcune gocce comparvero in superficie e scorsero, dapprima lente e poi a sorsi, in un’asfissia incostante che portò l’interno alla superficie disfacendo a pezzi la sospensione e la paralisi.  La sporcizia, ai miei piedi, era un lamento di quanto avevo appena visto e perduto.

Misi il vetro sciolto sulla pece, che dava al feltro una forma concava. Il problema adesso era che farne del vetro, poiché se avesse prevalso, avrei avuto una scultura di vetro. Insomma, avrei potuto scioglierlo di nuovo, o versarci dell’asfalto freddo per ricoprirlo, ma in questo caso avrei avuto una scultura di asfalto freddo.  Sarebbe stato necessario che i materiali si trasformassero gli uni negli altri, ininterrottamente, e, la cosa più difficile, è dare un nome a questo materiale proteico, un nome che abbia le sue stesse proprietà.

Mettere un nome dentro una pietra non ha senso. Essa, infatti, già ha questo nome, pietra.

Cujo, Nuno Ramos, Editora 34, 2011 p. 9 e 10.

Nuno Ramos è un artista plastico e scrittore paulistano. 

Ha esordito dapprima con le arti plastiche esponendo nei grandi saloni dell'arte contemporanea e  affermandosi in un secondo momento come scrittore. Nel 2009 ha vinto il premio letterario Portugal Telecom, tra i più importanti tra i paesi lusofoni. 


Traduzione a cura di Irma Caputo irma.caputo@gmail.com 
Dottoranda in Studi del linguaggio,  Puc-Rio de Janeiro