Misi
tutt’assieme: acqua, alghe, fango, in una pozza verticale, come una scultura
cucita dal suo stesso peso. Pezzi di mondo (parole innanzitutto) si
riflettevano lì e il colore dorato di questi riflessi restituiva un’impressione
intoccata di realtà. Dalla pozza usciva un suono terribile di una sega a
completare il rituale, come una promessa (che io attendevo, attento) che fosse conoscenza e rivelazione. Fu allora, come se sudasse, che alcune gocce comparvero
in superficie e scorsero, dapprima lente e poi a sorsi, in un’asfissia
incostante che portò l’interno alla superficie disfacendo a pezzi la sospensione
e la paralisi. La sporcizia, ai miei
piedi, era un lamento di quanto avevo appena visto e perduto.
Misi
il vetro sciolto sulla pece, che dava al feltro una forma concava. Il problema adesso era che farne del vetro, poiché se avesse prevalso, avrei avuto una
scultura di vetro. Insomma, avrei potuto scioglierlo di nuovo, o versarci dell’asfalto freddo per ricoprirlo, ma in questo caso avrei avuto una scultura
di asfalto freddo. Sarebbe stato
necessario che i materiali si trasformassero gli uni negli altri,
ininterrottamente, e, la cosa più difficile, è dare un nome a questo
materiale proteico, un nome che abbia le sue stesse proprietà.
Mettere
un nome dentro una pietra non ha senso. Essa, infatti, già ha questo nome,
pietra.
Cujo, Nuno Ramos, Editora 34, 2011 p. 9
e 10.
Nuno Ramos è un artista plastico e scrittore paulistano.
Ha esordito dapprima con le arti plastiche esponendo nei grandi saloni dell'arte contemporanea e affermandosi in un secondo momento come scrittore. Nel 2009 ha vinto il premio letterario Portugal Telecom, tra i più importanti tra i paesi lusofoni.
Traduzione
a cura di Irma Caputo irma.caputo@gmail.com
Dottoranda in Studi del linguaggio, Puc-Rio de
Janeiro

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